lunedì 4 giugno 2012
ATTRAVERSAMENTI
lunedì 23 maggio 2011
ESSI VIVONO

È l’unico zoo in cui gli animali pagano per stare in gabbia. L’utopia realizzata è il Salone del Libro di Torino, un luogo in cui il paradosso della cultura tenuta al guinzaglio si realizza con il consenso delle vittime. Solo i masochisti approvano le proprie umiliazioni. E gli editori godono di essere infilati al Lingotto, un posto che ha l’aspetto di un grande garage, dove il rumore di fondo è una sinfonia cacofonica che stordisce i visitatori nel giro di poche ore (la sua efficacia raggiunge l’apice con gli standisti costretti a rimanere dalle dieci del mattino alle dieci di sera per cinque giorni – e se non bastasse il venerdì e il sabato fino alle undici – pena una multa per inadempienza contrattuale). Il lunedì le scolaresche sciamano per le corsie trionfanti per aver schivato una giornata di scuola.
Il Salone del Libro di Torino è un lager in cui dalla Sala Rossa mandano a tutto volume, con casse audio poste all’esterno, un cabarettista locale mentre intrattiene liceali annoiati con battute stantie su Leonardo da Vinci. Un lager in cui per ironia della sorte il paese ospite è la Russia, con un padiglione che suscita rigurgiti bolscevichi per la sua bruttezza. Il direttore Ernesto Ferrero circola per le corsie piegato con un fascio di carte stretto sotto braccio e somiglia sempre di più a un Giulio Andreotti che ha abbandonato la politica (anche se cariche come le sue non sono esenti da un contesto politico, poteva evitarsi la reprimenda a Franco Cordero).
Sì, il Salone è un’istituzione inutile che dichiara non solo il crepuscolo della cultura in Italia e i soliti giochi di piccoli poteri destinati a ingrassare una casta (e non ci si chieda se di destra o di sinistra… ma quale “sinistra”?), perché la questione, se ci si occupa di fumetti, si rivela smaccata umiliazione. Il Salone del Libro di Torino deve delle scuse agli editori di fumetti per averli chiusi in un ghetto all’interno di un brutto zoo, per avergli inflitto la legge del lager. È paradossale che mentre tutti gli editori maggiori, medi o piccoli, snobbano il fumetto ma provano ad attrezzarsi con una loro collana di “graphic novel”, il Salone releghi chi ha interi cataloghi dedicati (e di qualità) in un recinto denominato “Comics Center”, confinato in un angolo chiuso da un’area dedicata alla musica in cui i visitatori provano tutto il tempo pianoforti e batterie e una piccola etichetta jazz mette a tutto volume a nastro continuo “Besame Mucho” (il tormento di “Besame Mucho” entra nella testa, accompagna gli standisti delle due aree all’uscita, penetra nei sogni e, in un loop inevitabile, sfuma al mattino sulle note che provengono nuovamente dallo stand dell’etichetta). La zona degli incontri del fumetto è sprofondata in una specie di angolo della vergogna a cui, giustamente, nessuno si azzarda ad avvicinarsi (tranne quando si insegna a disegnare Geronimo Stilton, che con i fumetti c’entra come Fabrizio Corona con il noir). Invisibilità a pagamento, neanche i visitatori che ti buttano le noccioline… anzi, l’unico posto dove puoi procurarti da mangiare e da bere è la catena Autogrill, che evidenzia quanto cibo e acqua siano preziosi nel mondo visto che una bottiglietta d’acqua costa un euro e trenta e per mangiare al self service bisogna accendere un mutuo in banca.
Dall’entrata del padiglione lo stendardo dell’Area Musica impalla esattamente quello del Comics Center, così da renderlo perfettamente invisibile. Del resto facendo una proporzione sulla metratura probabilmente gli stand fuori dall’area, in mezzo agli editori non discriminati, hanno un costo simile. Forse peggio del Comics Centre c’è solo l’“Incubatoio”, suq di stand minuscoli concentrati in un angolo nascosto, come se il Salone si vergognasse pure di loro, che sarebbero le realtà in crescita. Zona che uno dei malcapitati standisti ha battezzato appropriatamente l’“Inculatoio”. Ci sarebbe anche da dire dell’Oval, dove spiccano gli stand regionali, uno più brutto e inutile dell’altro, e quello dell’Emilia Romagna ha l’unico pregio di essere invisibile, e quindi discreto nel pressapochismo “fai da te” dell’allestimento. Bisogna avviare persino una ricerca per trovare dove hanno messo il nome…
La constatazione è che al Salone la differenza non piace, va resa inoffensiva, depressa, minimizzata. La gente si accalca ad ascoltare Moccia o Rampini o Nedved che con la cultura hanno poco a che fare (ma un Salone dedicato alla cultura non dovrebbe fare delle scelte culturali visto che sostiene di non farne di politiche?). I visitatori si aggirano come zombi in un supermercato per entrare a contatto con i libri delle solite case editrici (allo zombi piace lo sfavillio, l’odore della carne, il bagliore della memoria che gli ricorda colazioni da Tiffany che sopravvivono solo nella sua fantasia…). Eccoli tutti da Mondadori, Einaudi, Rizzoli, Bompiani, Guanda, Longanesi, Feltrinelli…
Un ragazzo arriva a uno stand di fumetti con una busta di Mondadori.
“Posso chiederti cos’hai lì dentro?”
Estrae vari Oscar Mondadori. Nella maggior parte dei casi classici.
“Ma scusa quelli li trovi in qualsiasi libreria italiana, come ti è venuto in mente di comperarli proprio qui?”
“Non so. Forse perché a casa non mi capita spesso di andare in libreria… Li ho visti, li ho comperati.”
Forse la soluzione giusta per lo stand era la sfera a specchi da discoteca. La musica c’era: “Besame, besame mucho como si fuera ésta noche la última vez…”
domenica 29 agosto 2010
GASTONE
Se avete la puzza sotto il naso, lui ve la toglie con il patchouli. È arbitro di eleganza letteraria, colui che ha scritto di disprezzare la maggior parte dei narratori nostrani perché nei loro romanzi c’è sentore di sugo e di cucina. Ha esaltato autori come Giorgio Faletti e Alessandro Piperno e riservato la sua disapprovazione a molti altri. Qualcuno potrebbe chiedersi perché sia un uomo temuto, come facciano i lettori a considerarlo un critico. In effetti è come se scambiassimo Oronzo Canà per un profeta del calcio dopo aver visto L’allenatore nel pallone o Renato Pozzetto per un disegnatore di fumetti a causa di Questo e Quello. È la collocazione a fare di lui un critico rispettato, venerato, seguito, ascoltato, senza farci sospettare che ne sia la parodia. Ovvero è grazie all’autorità e al potere che gli deriva dal pubblicare i suoi pezzi su Sette, l’allegato settimanale del Corriere della Sera. È una firma importante. O come recita con grande autolesionismo la scheda di prenotazione per le librerie del suo primo romanzo in uscita il prossimo ottobre: “…firma la più discussa, discutibile, indiscussa e indiscutibile, rubrica di libri che c'è, nella quale ha cercato di dare agli italiani il gusto di parlare di romanzi e di scrittori con la stessa competenza e passione con le quali di solito parlano di partite e giocatori di calcio”.
Sì, è lui, il Principe del fané, Antonio D’Orrico. E come ribadito dalla scheda – rimanendo in termini calcistici – con un geniale autogol mondadoriano, scrive di letteratura come al bar si parla di calcio.
E a far coincidere ulteriormente chiacchiere da bar e letteratura è venuto il sospirato momento del suo primo romanzo. Titolo? Liberamente ispirato, pubblicato nella collana SIS Mondadori, quindi quella letteraria. Noblesse oblige. Ovvero, in quanto potente titolare di una rubrica settimanale, l’editore è ben contento di compiacere Antonio D’Orrico.
La scheda che ne traccia i contenuti (la frase precedente proveniva dalla nota biografica) viene qui riprodotta così com’è, integrale, ne vale la pena. E il parallelo con gli esempi più triviali e caserecci della parodia cinematografica all’italiana è inevitabile. Se avesse avuto più coraggio avrebbe potuto sfiorare il sublime di Ultimo tango a Zagarolo, dell’Esorciccio o di Ku-Fu? Dalla Sicilia con furore, invece è ancora troppo legato a modelli letterari – per lui irraggiungibili – come, possiamo supporre, Arbasino o Isherwood. Che lo rendono ridicolo senza la prospettiva di diventare di culto. Dai nomi dei personaggi alla trama, non necessita di commenti. Prosit.
Antonio D’Orrico Liberamente ispirato, in libreria da ottobre 2010
Nel salotto della bella Selvaggia Venanzi, il più esclusivo di Roma, il giovane, promettente ed emozionatissimo commediografo Vittorio Campari sta per dare lettura del suo nuovo lavoro quando Kashmir Paolazzi, il famoso giornalista, gli ruba la scena e illustra ai presenti il suo ennesimo, formidabile scoop: l’invenzione della bomba atomica portatile (come il telefonino) da parte di uno scienziato italiano costretto a emigrare all’estero a causa del deprecabile fenomeno della fuga dei cervelli. Deluso dall’esito di quella che avrebbe dovuto essere la sua serata, scippatagli dal celebre inviato, Vittorio Campari ritorna nel suo modesto bilocale in periferia deciso a dire addio ai suoi sogni di gloria letteraria e mondana. Eppure proprio quella notte in cui tutto sembra perduto, nella vita di Vittorio si verifica una inattesa doppia svolta, professionale e sentimentale, che lo catapulta in una serie di avventure comiche, drammatiche, sconce, romantiche, hollywoodiane, palermitane, pazze e criminali.
giovedì 26 agosto 2010
ETICA E LIBRI

Ci sono editori che vivono a spese della regione a statuto speciale, ci sono editori che vincono prodigiosamente gare di appalto per tutte le pubblicazioni di “edutainment” di alcune regioni, ci sono editori che ricevono contributi per la carta su periodici discutibili a dispetto di altri che, viene detto dall’apposita commissione, “non fanno editoria di cultura”, ci sono editori che turlupinano fondi di sovvenzione per la promozione della cultura di qualche paese straniero fingendo di stampare e realizzando in “print on demand” solo le copie necessarie per la finzione, ci sono editori che non “evadono” ma “eludono”… e poi tutti a scandalizzarsi per Mondadori. Niente è più specchio di un paese mafioso dell’editoria italiana, in fondo molto simile a una lotta tra clan (dove il più forte, ovviamente, domina).
I milioni di tasse evasi da Mondadori verranno pagati indistintamente da tutti i contribuenti e, ironia della sorte, anche chi non legge un solo libro durante l’anno, si troverà a contribuire suo malgrado. Del “decreto 40”, definito “ad aziendam” da alcuni organi di informazione, che risolve una controversia fiscale risalente al 1991 si è già letto. La transazione permette a Mondadori di portare 350 milioni di tasse a 8 e mezzo circa, con un notevole risparmio. Ovviamente è superfluo ricordare la coincidenza tra la proprietà della Mondadori (famiglia Berlusconi) e l’attuale presidenza del governo italiano.
Il teologo Vito Mancuso, autore Mondadori, ha esposto su Repubblica del 21 agosto il suo caso di coscienza: “Come posso fare dell’etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare libri con un’azienda che non solo dell’etica ma anche del diritto mostrerebbe in questo caso, una concezione alquanto singolare?” Per poi lanciarsi in un lungo sproloquio (di implicito “lavaggio del sé” con speranza di catarsi, molto cattolico), in cui si dibatte tra coscienza ed esegesi dei meriti editoriali di Mondadori. E alla fine allarga a una corresponsabilità (anche questa procedura mi sembra tipicamente cattolica) in cui chiama in causa suoi esimi colleghi di Repubblica che pubblicano per Mondadori ed editrici controllate: “Sto parlando di firme come Corrado Augias, Piero Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano (…) Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi…”
In cosa consiste il grosso dubbio di Mancuso, che appare comunque sincero fino all’autolesionismo? “Da un lato un debito di riconoscenza per l’editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall’altro il dovere civico di contrastare un’inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l’attuale primo ministro (…) A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?”
Lancio giusto per il Corriere del giorno dopo, che fa il paginone, nel quale c’è un articolo di Paolo Di Stefano titolato esaurientemente: “Una coerenza fuori tempo massimo”. Di Stefano elenca le innumerevoli occasioni (e ragioni) di dissociazione date dalla controversa natura del gruppo Mondadori ai suoi autori e puntualmente disattese. E conclude con una frase piena di inevitabile sarcasmo: “Vediamo se qualcuno dei tanti nemici del Caimano evocati da Mancuso troverà lo slancio di orgoglio capace di mettere in discussione la propria coerenza civile”.
“Orgoglio” è la parola chiave, perché Di Stefano, occupandosi di scrittori italiani, sa bene che sono quasi tutti dei leccaculo per loro sostanziale e inevitabile natura. Almeno il 90%. E un’altra indicazione era contenuta nell’articolo di Mancuso che ricordava il catalogo di Mondadori e i soldi di Mondadori. Lo scrittore è un poveretto (quando non giornalista, in quel caso ha un bello stipendio e scrivere libri concorre a lucidare il suo ego) che sogna di pubblicare per un grosso gruppo editoriale, perché così può sperare in: visibilità, gloria e denaro. Quindi è inutile sperare negli scrittori. Qualcuno potrà andarsene ma impossibile una sollevazione di tutti gli autori “di sinistra”. Ma è anche ipocrita pensare che esista un capitalista buono o di sinistra (la seconda è una contraddizione insuperabile negli stessi presupposti teorici; nel socialismo ideale e morfologico sono la stessa cosa). Basta guardare il consiglio di amministrazione di RCS, confindustriali, non certo intellettuali. Del resto se un pessimo scrittore fascista come Montanelli ha cominciato a essere considerato un eroe rivoluzionario dopo aver litigato con Berlusconi o il signor “Gladio” Cossiga diventa alla morte un benemerito della Repubblica è evidente che viviamo nella “zona grigia”. Saviano la riconosce alla radice nella politica e nel sociale italiani, ripete sempre che in Italia la “zona grigia” “sfuggente, opaca, nebulosa, perché è fatta di infinite tonalità di grigio” è una condizione globale, è la regola di ogni aspetto delle relazioni sociali ed economiche italiane: cultura e comunicazione non sfuggono. Il gruppo Mauri o RCS o qualsiasi altro grande editore italiano non sono meglio di Mondadori solo perché non hanno un primo ministro che li aiuta, sono nella zona grigia, operano, come possono, in modo simile…
E a questo punto, a parte lo scarso coraggio degli autori, interviene il rapporto con le competenze: chi lavora e come lavora. Un buon direttore editoriale, un buon editor, un buon redattore valgono più della proprietà della casa editrice, qualora, ovviamente, la proprietà non voglia entrare nel merito (censura o altro…) di ciò che pubblica. Per il resto Mondadori non è differente da Fiat, per cui lo stato italiano ha lavorato con più dedizione che per qualunque altra causa. O da RCS e da Rai, da Mediaset e dai quotidiani di partito e non.
Cosa succederà ora?
Stefano Mauri, del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol (che comprende tra gli altri Guanda, Longanesi, Salani, Garzanti, Bollati Boringhieri…) il 23 ha rilasciato una dichiarazione cerchiobottista ad Affaritaliani.it (dove può essere reperita per intero), contenente comunque molte inoppugnabili verità, alcune frecciatine a uso degli addetti ai lavori e opportune omissioni. Per esempio: “Gli scrittori non sono calciatori. Lavorano sul lungo periodo. La gestazione di un libro può durare anni e i contratti decenni. Dunque nessuno si aspetti improvvisi cambi di casacca da parte di frotte di autori. Non è nemmeno contrattualmente possibile. (…) Anche piccoli o medi editori indipendenti possono fare la fortuna di un autore e la dimensione della casa editrice non è determinante né per la qualità del lavoro né per i soldi che si guadagnano, visto che gli autori ricevono le royalties in proporzione alle vendite. Certamente se fossi un avversario politico di Berlusconi e pubblicando per lui ricevessi un anticipo ben superiore alle royalties effettivamente recuperate un problema di coscienza me lo porrei. Ma non so se vi siano casi del genere perché sono informazioni che appartengono al rapporto autore-editore. E forse non mi sentirei così scomodo come vorrei essere se mi pubblicasse il mio rivale politico e dovrei necessariamente accettare analoghi dubbi dei miei lettori”.
Questa citazione dovrebbe bastare, perché Mauri sa bene che almeno tre di queste affermazioni sono discutibili: 1) in alcuni casi uno scrittore può svincolarsi il giorno dopo averlo deciso, rendendo l’anticipo e in alcuni casi pagando una penale; 2) piccoli o medi editori indipendenti lottano per sopravvivere, e chi possiede il più grosso distributore librario italiano (Messaggerie è nella holding della famiglia Mauri) lo sa bene. Altro che fare la fortuna. Accade una volta ogni dieci anni, per lotteria; 3) royalties superiori al venduto o al potenziale di vendita vengono regolarmente versate dagli editori agli autori per strapparli alla concorrenza o semplicemente per compiacerli (specie quando si tratta di politici o di personaggi pubblici).
La polemica si allarga anche al folclore editoriale con un’intervista sopra le righe all’autore Mondadori Ottavio Cappellani apparsa sempre su Affaritaliani.it: “L'appello di Vito Mancuso? Nulla di che. Non vende come Saviano quindi è inutile che ‘rompa’. È l’autore di Gomorra a contare… Le butto un'ipotesi, destituita di ogni fondamento, anche se… Saviano non riesce a scrivere il libro sul traffico della cocaina perché sotto scorta. Credo ci sia qualcuno che gli sta consigliando di scrivere un libro sulla P3 sulla scia di Travaglio. Non a caso il più attivo è Stefano Mauri, azionista e de Il Fatto e di Chiarelettere. La lotta in atto è tra Gems e Mondadori (…) ho letto l'intervento di Mauri, che è furbo e vuole Saviano e gli altri autori Mondadori, abbassando i prezzi. Inizia a fare difficoltà. I contratti da rispettare, il fatto che non sia facile cambiare casacca in corso. È molto semplice: gli autori Mondadori che dovessero passare col gruppo Mauri-Spagnol vedrebbero i loro anticipi ridotti al lumicino perché la Gems dovrebbe pagare le penali. Mauri, che è bravo, in questo momento sta promettendo agli autori Mondadori soltanto lavoro editoriale e lancio pubblicitario. Mentre la Mondadori continua nella sua politica di bonifici bancari di anticipi consistenti. Scommettiamo che nessuno abbandonerà Mondadori? Gli consiglio di aspettare ancora un po', ho un'intercettazione di Saviano che prima o poi mi piacerebbe pubblicare. Le assicuro che a quel punto Mauri Saviano se lo compra a due lire…”
Ecco cosa succederà se la polemica prosegue, autori esposti come Saviano verranno messi in difficoltà, costretti a una scelta da fattori estranei al loro percorso autoriale. Alla maggior parte degli altri, che mai si metteranno a dire tutti insieme smettiamo di pubblicare con Mondadori, non resta che l’attesa, affinché l’imbarazzante polemica si esaurisca risucchiata nell’oblio della “zona grigia”.
