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lunedì 4 giugno 2012

ATTRAVERSAMENTI




Un Batman con un’evidente debolezza per l’alcol informa il commissario Gordon e l’amico Fredric Brown (omonimo dello scrittore di noir e fantascienza) sui progressi con la lingua francese di Dick Grayson, alias Robin, che è andato a studiare ad Andover, fuori Gotham. Si dilungano con stupide battute in francese mentre incombe la minaccia del Joker. Impreparato ad affrontare il nemico, Batman viene sconfitto dal suo arcinemico che gli sfila la maschera svelando la sua identità segreta, per Bruce Wayne è finita.
Non si tratta di un fumetto di Batman ma di un racconto di Donald Barthelme, uno dei più importanti scrittori postmoderni statunitensi, contenuto nella sua antologia del 1964 Come Back, Dr. Caligari, e ispirato al numero 148 del 1962 di Batman da cui riprende anche il titolo, “The Joker’s Greatest Triumph!”, ma non la fine, dove un lampo di luce proveniente dal faro dell’aeroporto salva Batman dalla rivelazione.
L’operazione di straniamento consiste proprio nello spostare la narrazione dall’epica supereroistica al contesto quotidiano, fino alle sue estreme conseguenze, come se la realtà rappresentata nelle vignette appartenesse a un bizzarro mondo alternativo.
Un racconto per certi versi cruciale per definire i percorsi intrecciati tra fumetto e letteratura, almeno per quanto riguarda il comic book, e che anticipa e incontra, per certi versi, l’operazione del così detto “revisionismo” supereroistico iniziato da Alan Moore con Miracleman e portato avanti con supereroi più o meno celebri, da Superman alla saga di Watchmen, dove l’idea è quella che tutto quanto appare attraverso le vignette sia la documentazione parziale della vita in un universo, con storia e regole che divergono dalle nostre, in cui gli eroi di carta sono persone vere.
Michael Chabon, nel suo romanzo The Amazing Adventures of Kavalier & Clay, premio Pulitzer 2001, ha ricostruito l’età dell’oro del fumetto di supereroi, la così detta Golden Age, attraverso due personaggi fittizi ispirati a Jerry Siegel e Joe Shuster, i creatori di Superman. Per Chabon sembra esserci il mito, e non solo, del Golem all’origine di tutto, partendo dalla tradizione mitteleuropea e da quella ebraica in particolare. Un crossover tra realtà storiche e finzione, che infonde nel lettore la sensazione di un mondo alternativo, ripreso subito, con modalità e invenzioni differenti, anche da altri scrittori americani tra cui Jonathan Lethem con The Fortress of Solitude e Tom De Haven con It’s Superman!
Nella finzione del romanzo di Chabon il successo di Kavalier e Clay si deve soprattutto alla creazione del personaggio dell’Escapista, supereroe impegnato nello sforzo bellico contro le forze dell’Asse, ripreso in seguito in due miniserie in formato comic book, in cui, insieme a quelle di autori di fumetti, appaiono storie dello stesso Chabon e di un altro scrittore di punta statunitense, Glen David Gold.
Sono molti e di molteplici nature i transiti da fumetto e letteratura (e viceversa) e riguardano autori, personaggi, chiavi interpretative… Negli anni Trenta del secolo scorso Dashiell Hammett si trovava a scrivere naturalmente le strisce dell’agente segreto X-9 disegnate da Alex Raymond così come alcuni autori di fantascienza tra cui Edmond Hamilton, Otto Binder e Alfred Bester scrivevano storie di Superman, Legion of Super-Heroes o Justice League… perché i lettori di riferimento (in genere giovani) erano gli stessi della loro narrativa, ragazzini abituati a un consumo di letteratura popolare, dove i generi e i temi frequentati dai pulp magazine e dai fumetti spesso si sovrapponevano. E non è un caso che un prosecutore del pulp come Joe Lansdale abbia affiancato alla scrittura dei suoi romanzi quella di fumetti tra cui alcuni western-horror e in particolare una miniserie dedicata al pistolero sfregiato Jonah Hex. Una tradizione costellata di trasposizioni ma anche di “tie in”, ovvero innesti e ampliamenti dell’universo narrativo con nuove storie a fumetti di personaggi già noti letterariamente dal Tarzan di Edgar Rice Burroughs all’enigmatico The Shadow, fino a Nero Wolfe, Maigret, Sherlock Holmes, James Bond… Casi spesso trasversali, personaggi impegnati in diversi media, a partire dalla creazione letteraria, dalla serialità radiofonica e televisiva fino al cinema.
Anche gli adattamenti a fumetti hanno un percorso più o meno illustre. Negli anni in cui il fumetto è stato visto come uno dei mezzi di intrattenimento privilegiati di un pubblico giovanile, si sono moltiplicati i classici della letteratura riletti a fumetti intesi come strumento didattico e ancora oggi i maggiori editori del fumetto francese proseguono a produrre volumi tratti da classici per ragazzi tanto da vantare ognuno di essi la sua versione di titoli di Dickens, Stevenson, Twain, London… o delle fiabe di La Fontaine. Attività che in alcuni casi, grazie all’incontro con un fumettista ispirato, dà vita a titoli che non sono semplicemente al servizio dell’originale, ma che creano un’esperienza di lettura del tutto autonoma come la pluripremiata versione di The Wind in the Willows di Kenneth Grahame, realizzata da Michel Plessix.
Ma cosa rende questi adattamenti memorabili? Certamente la non sudditanza rispetto all’opera originale, l’incontro tra forti personalità, grandi autorialità in entrambi i versanti creativi. Si tratta in definitiva della capacità di evitare, grazie allo stile grafico e all’uso dello specifico del linguaggio fumettistico, ogni passività verso l’originale. Esempi in questo senso ce ne sono molti anche nella storia del fumetto italiano: Gianni De Luca si è confrontato con i testi del teatro shakespeariano con due opere, Amleto e il Romeo e Giulietta, che ancora oggi sono un esempio esplorazione delle potenzialità diegetiche del linguaggio del fumetto; Walter Molino e Rino Albertarelli hanno evidenziato la follia sanguinaria del ciclo western di Emilio Salgari; Dino Battaglia ha rafforzato l’impalpabile atmosfera di ambiguità dei classici dell’inquietudine, da Poe a Maupassant; Sergio Toppi ha ricreato nel nero del suo tratteggio il mistero delle fiabe orientali; Manara e Magnus hanno messo in scena la complessità di testi della tradizione cinese con un occhio alla modernità mentre Guido Crepax ha scomposto i classici dell’erotismo con il suo montaggio analitico… Queste opere si differenziano da qualsiasi “riduzione” perché l’apporto del disegnatore non è una semplificazione dell’opera originaria, ma, anzi, ne moltiplica l’immaginario, rendendolo ancor più penetrante, perdurante. La bibliografia di Alberto Breccia è un esempio di tecniche e approcci differenti, di una riflessione sul rapporto tra fumetto e letteratura durata una vita e occasione di autentici capolavori. La sua rilettura dei Chtulhu Mythos di H.P. Lovecraft (ciclo narrativo tra i più adattati e ampliati diventato ormai un tema nell’ambito delle interpretazioni a fumetti) è, di racconto in racconto, un susseguirsi di tecniche e di sperimentazioni, dal collage all’espressionismo astratto, nel tentativo di avvicinare il lettore alla visione degli orrori indicibili descritti dal solitario di Providence. Il maestro argentino dichiarò più volte la sua incapacità di sottrarsi al fascino generato dalla lettura di un romanzo o di un racconto, alla necessità di produrne una sua versione disegnata, a suo modo più sintetica, essenziale e penetrante dell’originale (il che significava mantenere o addirittura moltiplicare l’implicito e gli elementi di suggestione del racconto con immagini capaci di latenza). È rilevante quanto riportato nel volume intervista Ombres et lumières a proposito della versione di Informe sobre los ciegos di Ernesto Sabato: dopo avuto il via libera e aver prodotto la sceneggiatura, Breccia la sottopose allo scrittore che, vedendo i suoi testi ridotti e alcune scene soppresse, protestò ritirando l’autorizzazione finché non fossero stati reintegrati interamente (salvo poi riflettere e ripensarci). Il trasferimento di una storia da un linguaggio a un altro ne altera inevitabilmente la struttura e questo è sempre stato il problema e il pregio degli adattamenti a fumetti ben riusciti e anche il limite nel rapporto tra scrittori e fumettisti. Testimonia della difficoltà di accettare le regole di quella che è stata considerata per tanto tempo un’arte minore, un artigianato dall’uso veloce.
L’idea di graphic novel, ovvero di romanzo grafico, definizione coniata da Will Eisner nel 1978, in occasione del suo passaggio da autore seriale noto per il personaggio di Spirit, il detective creduto morto, a quello di narratore di storie di quartiere e di famiglie e sdoganata nel 1989 dal successo di Maus di Art Spiegelman, ha certamente affrancato il fumetto d’autore dal sospetto di essere un’arte inferiore e quindi dalla diffidenza degli scrittori. Uno degli adattamenti che hanno segnato la svolta in questo passaggio è sicuramente quello di City of Glass di Paul Auster, ridotto a fumetti da Paul Karasik alla sceneggiatura e David Mazzucchelli ai disegni nel 1994, dove il quesito gnostico del romanzo viene amplificato da un lavoro di sintesi grafica e narrativa in sottrazione. Sono molti oggi gli scrittori che collaborano a diverso titolo con autori di fumetti, da chi si limita a rendere disponibile le proprie opere fino ai casi in cui viene prodotto un soggetto originale, rompendo un tabù che riguardava la possibilità di considerare il fumetto una lettura adulta. In Italia Niccolò Ammaniti, Giancarlo De Cataldo, Massimo Carlotto e Gianrico Carofiglio hanno contribuito con storie originali diventate altrettanti graphic novel per editori maggiori, non specializzati in fumetto.
Alla rivoluzione nella percezione del fumetto popolare hanno contribuito in maniera determinante gli sceneggiatori britannici, a cominciare dal già citato Alan Moore, il cui contributo “adulto” a un genere destinato a un pubblico giovanile come le serie supereroistiche ha dato coscienza ai lettori di trovarsi di fronte a una rottura delle barriere tra cultura alta e cultura bassa. La complessità di temi, di risvolti filosofici e di riferimenti all’attualità, oltre che la ricerca di innovazione del linguaggio sin dal “decoupage”, in saghe come quelle di Swamp Thing, la creatura della palude, Watchmen, V for Vendetta o Prometea, per citare alcuni esempi significativi, ha portato il fumetto seriale, e i suoi lettori, a sentirsi orgogliosi della propria identità, rivendicando le potenzialità di una narrazione che non è più archiviabile come solo intrattenimento. Moore ha confermato poi le sue capacità letterarie scrivendo graphic novel tra cui From Hell, sulla Londra d’epoca Vittoriana di Jack lo Squartatore, o un romanzo complesso ed esoterico come Voice of the Fire.
Un discorso analogo riguarda l’altro sceneggiatore inglese protagonista di un intenso scambio tra i due linguaggi: Neil Gaiman. Anche se gli inizi del suo contributo alla produzione popolare ricalcano le orme di Moore, riprendendo in mano un vecchio personaggio dimenticato come Sandman, opera una piccola rivoluzione. Sandman è il Signore del Sogno, che Gaiman rende trasparente, adatto ad attraversare diverse dimensioni della commedia umana. Sandman di Gaiman è una vera e propria serie, sintonizzata sui gusti di un lettore che ascolta musica “gothic” (o “dark”, a seconda dei punti di vista), e che comincia a fare suo tutto ciò che gli corrisponde: da Shakespeare (che compare oltre che con le sue opere anche in persona nel fumetto) al confronto con le “faerie tales” fino alle versioni iconiche e non della Morte… Un apparente prodotto di nicchia si è rivelato toccare così a fondo le origini leggendarie dell’immaginario fantastico da ottenere un riscontro globale colpendo ogni tipo di lettore. Senza più divisioni tra medium, Neil Gaiman è diventato uno degli autori di riferimento della letteratura contemporanea che slitta tra lettori adulti e adolescenti, in quel genere privo di demarcazioni raccolto sotto la definizione insufficiente di “young adults”.
Fumetto e letteratura non smettono quindi di interagire, di “rubarsi” storie e autori a vicenda, ma quanto in passato poteva essere archiviato in un ambito destinato a un pubblico ghettizzato e considerato intellettualmente minoritario oggi è entrato definitivamente in una fase adulta. 

lunedì 23 maggio 2011

ESSI VIVONO


È l’unico zoo in cui gli animali pagano per stare in gabbia. L’utopia realizzata è il Salone del Libro di Torino, un luogo in cui il paradosso della cultura tenuta al guinzaglio si realizza con il consenso delle vittime. Solo i masochisti approvano le proprie umiliazioni. E gli editori godono di essere infilati al Lingotto, un posto che ha l’aspetto di un grande garage, dove il rumore di fondo è una sinfonia cacofonica che stordisce i visitatori nel giro di poche ore (la sua efficacia raggiunge l’apice con gli standisti costretti a rimanere dalle dieci del mattino alle dieci di sera per cinque giorni – e se non bastasse il venerdì e il sabato fino alle undici – pena una multa per inadempienza contrattuale). Il lunedì le scolaresche sciamano per le corsie trionfanti per aver schivato una giornata di scuola.

Il Salone del Libro di Torino è un lager in cui dalla Sala Rossa mandano a tutto volume, con casse audio poste all’esterno, un cabarettista locale mentre intrattiene liceali annoiati con battute stantie su Leonardo da Vinci. Un lager in cui per ironia della sorte il paese ospite è la Russia, con un padiglione che suscita rigurgiti bolscevichi per la sua bruttezza. Il direttore Ernesto Ferrero circola per le corsie piegato con un fascio di carte stretto sotto braccio e somiglia sempre di più a un Giulio Andreotti che ha abbandonato la politica (anche se cariche come le sue non sono esenti da un contesto politico, poteva evitarsi la reprimenda a Franco Cordero).

Sì, il Salone è un’istituzione inutile che dichiara non solo il crepuscolo della cultura in Italia e i soliti giochi di piccoli poteri destinati a ingrassare una casta (e non ci si chieda se di destra o di sinistra… ma quale “sinistra”?), perché la questione, se ci si occupa di fumetti, si rivela smaccata umiliazione. Il Salone del Libro di Torino deve delle scuse agli editori di fumetti per averli chiusi in un ghetto all’interno di un brutto zoo, per avergli inflitto la legge del lager. È paradossale che mentre tutti gli editori maggiori, medi o piccoli, snobbano il fumetto ma provano ad attrezzarsi con una loro collana di “graphic novel”, il Salone releghi chi ha interi cataloghi dedicati (e di qualità) in un recinto denominato “Comics Center”, confinato in un angolo chiuso da un’area dedicata alla musica in cui i visitatori provano tutto il tempo pianoforti e batterie e una piccola etichetta jazz mette a tutto volume a nastro continuo “Besame Mucho” (il tormento di “Besame Mucho” entra nella testa, accompagna gli standisti delle due aree all’uscita, penetra nei sogni e, in un loop inevitabile, sfuma al mattino sulle note che provengono nuovamente dallo stand dell’etichetta). La zona degli incontri del fumetto è sprofondata in una specie di angolo della vergogna a cui, giustamente, nessuno si azzarda ad avvicinarsi (tranne quando si insegna a disegnare Geronimo Stilton, che con i fumetti c’entra come Fabrizio Corona con il noir). Invisibilità a pagamento, neanche i visitatori che ti buttano le noccioline… anzi, l’unico posto dove puoi procurarti da mangiare e da bere è la catena Autogrill, che evidenzia quanto cibo e acqua siano preziosi nel mondo visto che una bottiglietta d’acqua costa un euro e trenta e per mangiare al self service bisogna accendere un mutuo in banca.

Dall’entrata del padiglione lo stendardo dell’Area Musica impalla esattamente quello del Comics Center, così da renderlo perfettamente invisibile. Del resto facendo una proporzione sulla metratura probabilmente gli stand fuori dall’area, in mezzo agli editori non discriminati, hanno un costo simile. Forse peggio del Comics Centre c’è solo l’“Incubatoio”, suq di stand minuscoli concentrati in un angolo nascosto, come se il Salone si vergognasse pure di loro, che sarebbero le realtà in crescita. Zona che uno dei malcapitati standisti ha battezzato appropriatamente l’“Inculatoio”. Ci sarebbe anche da dire dell’Oval, dove spiccano gli stand regionali, uno più brutto e inutile dell’altro, e quello dell’Emilia Romagna ha l’unico pregio di essere invisibile, e quindi discreto nel pressapochismo “fai da te” dell’allestimento. Bisogna avviare persino una ricerca per trovare dove hanno messo il nome…

La constatazione è che al Salone la differenza non piace, va resa inoffensiva, depressa, minimizzata. La gente si accalca ad ascoltare Moccia o Rampini o Nedved che con la cultura hanno poco a che fare (ma un Salone dedicato alla cultura non dovrebbe fare delle scelte culturali visto che sostiene di non farne di politiche?). I visitatori si aggirano come zombi in un supermercato per entrare a contatto con i libri delle solite case editrici (allo zombi piace lo sfavillio, l’odore della carne, il bagliore della memoria che gli ricorda colazioni da Tiffany che sopravvivono solo nella sua fantasia…). Eccoli tutti da Mondadori, Einaudi, Rizzoli, Bompiani, Guanda, Longanesi, Feltrinelli…

Un ragazzo arriva a uno stand di fumetti con una busta di Mondadori.

“Posso chiederti cos’hai lì dentro?”

Estrae vari Oscar Mondadori. Nella maggior parte dei casi classici.

“Ma scusa quelli li trovi in qualsiasi libreria italiana, come ti è venuto in mente di comperarli proprio qui?”

“Non so. Forse perché a casa non mi capita spesso di andare in libreria… Li ho visti, li ho comperati.”

Forse la soluzione giusta per lo stand era la sfera a specchi da discoteca. La musica c’era: “Besame, 
besame mucho 
como si fuera ésta noche 
la última vez…”

domenica 29 agosto 2010

GASTONE

Se avete la puzza sotto il naso, lui ve la toglie con il patchouli. È arbitro di eleganza letteraria, colui che ha scritto di disprezzare la maggior parte dei narratori nostrani perché nei loro romanzi c’è sentore di sugo e di cucina. Ha esaltato autori come Giorgio Faletti e Alessandro Piperno e riservato la sua disapprovazione a molti altri. Qualcuno potrebbe chiedersi perché sia un uomo temuto, come facciano i lettori a considerarlo un critico. In effetti è come se scambiassimo Oronzo Canà per un profeta del calcio dopo aver visto L’allenatore nel pallone o Renato Pozzetto per un disegnatore di fumetti a causa di Questo e Quello. È la collocazione a fare di lui un critico rispettato, venerato, seguito, ascoltato, senza farci sospettare che ne sia la parodia. Ovvero è grazie all’autorità e al potere che gli deriva dal pubblicare i suoi pezzi su Sette, l’allegato settimanale del Corriere della Sera. È una firma importante. O come recita con grande autolesionismo la scheda di prenotazione per le librerie del suo primo romanzo in uscita il prossimo ottobre: “…firma la più discussa, discutibile, indiscussa e indiscutibile, rubrica di libri che c'è, nella quale ha cercato di dare agli italiani il gusto di parlare di romanzi e di scrittori con la stessa competenza e passione con le quali di solito parlano di partite e giocatori di calcio”.

Sì, è lui, il Principe del fané, Antonio D’Orrico. E come ribadito dalla scheda – rimanendo in termini calcistici – con un geniale autogol mondadoriano, scrive di letteratura come al bar si parla di calcio.

E a far coincidere ulteriormente chiacchiere da bar e letteratura è venuto il sospirato momento del suo primo romanzo. Titolo? Liberamente ispirato, pubblicato nella collana SIS Mondadori, quindi quella letteraria. Noblesse oblige. Ovvero, in quanto potente titolare di una rubrica settimanale, l’editore è ben contento di compiacere Antonio D’Orrico.

La scheda che ne traccia i contenuti (la frase precedente proveniva dalla nota biografica) viene qui riprodotta così com’è, integrale, ne vale la pena. E il parallelo con gli esempi più triviali e caserecci della parodia cinematografica all’italiana è inevitabile. Se avesse avuto più coraggio avrebbe potuto sfiorare il sublime di Ultimo tango a Zagarolo, dell’Esorciccio o di Ku-Fu? Dalla Sicilia con furore, invece è ancora troppo legato a modelli letterari – per lui irraggiungibili – come, possiamo supporre, Arbasino o Isherwood. Che lo rendono ridicolo senza la prospettiva di diventare di culto. Dai nomi dei personaggi alla trama, non necessita di commenti. Prosit.

Antonio D’Orrico Liberamente ispirato, in libreria da ottobre 2010

Nel salotto della bella Selvaggia Venanzi, il più esclusivo di Roma, il giovane, promettente ed emozionatissimo commediografo Vittorio Campari sta per dare lettura del suo nuovo lavoro quando Kashmir Paolazzi, il famoso giornalista, gli ruba la scena e illustra ai presenti il suo ennesimo, formidabile scoop: l’invenzione della bomba atomica portatile (come il telefonino) da parte di uno scienziato italiano costretto a emigrare all’estero a causa del deprecabile fenomeno della fuga dei cervelli. Deluso dall’esito di quella che avrebbe dovuto essere la sua serata, scippatagli dal celebre inviato, Vittorio Campari ritorna nel suo modesto bilocale in periferia deciso a dire addio ai suoi sogni di gloria letteraria e mondana. Eppure proprio quella notte in cui tutto sembra perduto, nella vita di Vittorio si verifica una inattesa doppia svolta, professionale e sentimentale, che lo catapulta in una serie di avventure comiche, drammatiche, sconce, romantiche, hollywoodiane, palermitane, pazze e criminali.

giovedì 26 agosto 2010

ETICA E LIBRI


Ci sono editori che vivono a spese della regione a statuto speciale, ci sono editori che vincono prodigiosamente gare di appalto per tutte le pubblicazioni di “edutainment” di alcune regioni, ci sono editori che ricevono contributi per la carta su periodici discutibili a dispetto di altri che, viene detto dall’apposita commissione, “non fanno editoria di cultura”, ci sono editori che turlupinano fondi di sovvenzione per la promozione della cultura di qualche paese straniero fingendo di stampare e realizzando in “print on demand” solo le copie necessarie per la finzione, ci sono editori che non “evadono” ma “eludono”… e poi tutti a scandalizzarsi per Mondadori. Niente è più specchio di un paese mafioso dell’editoria italiana, in fondo molto simile a una lotta tra clan (dove il più forte, ovviamente, domina).

I milioni di tasse evasi da Mondadori verranno pagati indistintamente da tutti i contribuenti e, ironia della sorte, anche chi non legge un solo libro durante l’anno, si troverà a contribuire suo malgrado. Del “decreto 40”, definito “ad aziendam” da alcuni organi di informazione, che risolve una controversia fiscale risalente al 1991 si è già letto. La transazione permette a Mondadori di portare 350 milioni di tasse a 8 e mezzo circa, con un notevole risparmio. Ovviamente è superfluo ricordare la coincidenza tra la proprietà della Mondadori (famiglia Berlusconi) e l’attuale presidenza del governo italiano.

Il teologo Vito Mancuso, autore Mondadori, ha esposto su Repubblica del 21 agosto il suo caso di coscienza: “Come posso fare dell’etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare libri con un’azienda che non solo dell’etica ma anche del diritto mostrerebbe in questo caso, una concezione alquanto singolare?” Per poi lanciarsi in un lungo sproloquio (di implicito “lavaggio del sé” con speranza di catarsi, molto cattolico), in cui si dibatte tra coscienza ed esegesi dei meriti editoriali di Mondadori. E alla fine allarga a una corresponsabilità (anche questa procedura mi sembra tipicamente cattolica) in cui chiama in causa suoi esimi colleghi di Repubblica che pubblicano per Mondadori ed editrici controllate: “Sto parlando di firme come Corrado Augias, Piero Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano (…) Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi…”

In cosa consiste il grosso dubbio di Mancuso, che appare comunque sincero fino all’autolesionismo? “Da un lato un debito di riconoscenza per l’editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall’altro il dovere civico di contrastare un’inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l’attuale primo ministro (…) A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?”

Lancio giusto per il Corriere del giorno dopo, che fa il paginone, nel quale c’è un articolo di Paolo Di Stefano titolato esaurientemente: “Una coerenza fuori tempo massimo”. Di Stefano elenca le innumerevoli occasioni (e ragioni) di dissociazione date dalla controversa natura del gruppo Mondadori ai suoi autori e puntualmente disattese. E conclude con una frase piena di inevitabile sarcasmo: “Vediamo se qualcuno dei tanti nemici del Caimano evocati da Mancuso troverà lo slancio di orgoglio capace di mettere in discussione la propria coerenza civile”.

“Orgoglio” è la parola chiave, perché Di Stefano, occupandosi di scrittori italiani, sa bene che sono quasi tutti dei leccaculo per loro sostanziale e inevitabile natura. Almeno il 90%. E un’altra indicazione era contenuta nell’articolo di Mancuso che ricordava il catalogo di Mondadori e i soldi di Mondadori. Lo scrittore è un poveretto (quando non giornalista, in quel caso ha un bello stipendio e scrivere libri concorre a lucidare il suo ego) che sogna di pubblicare per un grosso gruppo editoriale, perché così può sperare in: visibilità, gloria e denaro. Quindi è inutile sperare negli scrittori. Qualcuno potrà andarsene ma impossibile una sollevazione di tutti gli autori “di sinistra”. Ma è anche ipocrita pensare che esista un capitalista buono o di sinistra (la seconda è una contraddizione insuperabile negli stessi presupposti teorici; nel socialismo ideale e morfologico sono la stessa cosa). Basta guardare il consiglio di amministrazione di RCS, confindustriali, non certo intellettuali. Del resto se un pessimo scrittore fascista come Montanelli ha cominciato a essere considerato un eroe rivoluzionario dopo aver litigato con Berlusconi o il signor “Gladio” Cossiga diventa alla morte un benemerito della Repubblica è evidente che viviamo nella “zona grigia”. Saviano la riconosce alla radice nella politica e nel sociale italiani, ripete sempre che in Italia la “zona grigia” “sfuggente, opaca, nebulosa, perché è fatta di infinite tonalità di grigio” è una condizione globale, è la regola di ogni aspetto delle relazioni sociali ed economiche italiane: cultura e comunicazione non sfuggono. Il gruppo Mauri o RCS o qualsiasi altro grande editore italiano non sono meglio di Mondadori solo perché non hanno un primo ministro che li aiuta, sono nella zona grigia, operano, come possono, in modo simile…

E a questo punto, a parte lo scarso coraggio degli autori, interviene il rapporto con le competenze: chi lavora e come lavora. Un buon direttore editoriale, un buon editor, un buon redattore valgono più della proprietà della casa editrice, qualora, ovviamente, la proprietà non voglia entrare nel merito (censura o altro…) di ciò che pubblica. Per il resto Mondadori non è differente da Fiat, per cui lo stato italiano ha lavorato con più dedizione che per qualunque altra causa. O da RCS e da Rai, da Mediaset e dai quotidiani di partito e non.

Cosa succederà ora?

Stefano Mauri, del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol (che comprende tra gli altri Guanda, Longanesi, Salani, Garzanti, Bollati Boringhieri…) il 23 ha rilasciato una dichiarazione cerchiobottista ad Affaritaliani.it (dove può essere reperita per intero), contenente comunque molte inoppugnabili verità, alcune frecciatine a uso degli addetti ai lavori e opportune omissioni. Per esempio: “Gli scrittori non sono calciatori. Lavorano sul lungo periodo. La gestazione di un libro può durare anni e i contratti decenni. Dunque nessuno si aspetti improvvisi cambi di casacca da parte di frotte di autori. Non è nemmeno contrattualmente possibile. (…) Anche piccoli o medi editori indipendenti possono fare la fortuna di un autore e la dimensione della casa editrice non è determinante né per la qualità del lavoro né per i soldi che si guadagnano, visto che gli autori ricevono le royalties in proporzione alle vendite. Certamente se fossi un avversario politico di Berlusconi e pubblicando per lui ricevessi un anticipo ben superiore alle royalties effettivamente recuperate un problema di coscienza me lo porrei. Ma non so se vi siano casi del genere perché sono informazioni che appartengono al rapporto autore-editore. E forse non mi sentirei così scomodo come vorrei essere se mi pubblicasse il mio rivale politico e dovrei necessariamente accettare analoghi dubbi dei miei lettori”.

Questa citazione dovrebbe bastare, perché Mauri sa bene che almeno tre di queste affermazioni sono discutibili: 1) in alcuni casi uno scrittore può svincolarsi il giorno dopo averlo deciso, rendendo l’anticipo e in alcuni casi pagando una penale; 2) piccoli o medi editori indipendenti lottano per sopravvivere, e chi possiede il più grosso distributore librario italiano (Messaggerie è nella holding della famiglia Mauri) lo sa bene. Altro che fare la fortuna. Accade una volta ogni dieci anni, per lotteria; 3) royalties superiori al venduto o al potenziale di vendita vengono regolarmente versate dagli editori agli autori per strapparli alla concorrenza o semplicemente per compiacerli (specie quando si tratta di politici o di personaggi pubblici).

La polemica si allarga anche al folclore editoriale con un’intervista sopra le righe all’autore Mondadori Ottavio Cappellani apparsa sempre su Affaritaliani.it: “L'appello di Vito Mancuso? Nulla di che. Non vende come Saviano quindi è inutile che ‘rompa’. È l’autore di Gomorra a contare… Le butto un'ipotesi, destituita di ogni fondamento, anche se… Saviano non riesce a scrivere il libro sul traffico della cocaina perché sotto scorta. Credo ci sia qualcuno che gli sta consigliando di scrivere un libro sulla P3 sulla scia di Travaglio. Non a caso il più attivo è Stefano Mauri, azionista e de Il Fatto e di Chiarelettere. La lotta in atto è tra Gems e Mondadori (…) ho letto l'intervento di Mauri, che è furbo e vuole Saviano e gli altri autori Mondadori, abbassando i prezzi. Inizia a fare difficoltà. I contratti da rispettare, il fatto che non sia facile cambiare casacca in corso. È molto semplice: gli autori Mondadori che dovessero passare col gruppo Mauri-Spagnol vedrebbero i loro anticipi ridotti al lumicino perché la Gems dovrebbe pagare le penali. Mauri, che è bravo, in questo momento sta promettendo agli autori Mondadori soltanto lavoro editoriale e lancio pubblicitario. Mentre la Mondadori continua nella sua politica di bonifici bancari di anticipi consistenti. Scommettiamo che nessuno abbandonerà Mondadori? Gli consiglio di aspettare ancora un po', ho un'intercettazione di Saviano che prima o poi mi piacerebbe pubblicare. Le assicuro che a quel punto Mauri Saviano se lo compra a due lire…”

Ecco cosa succederà se la polemica prosegue, autori esposti come Saviano verranno messi in difficoltà, costretti a una scelta da fattori estranei al loro percorso autoriale. Alla maggior parte degli altri, che mai si metteranno a dire tutti insieme smettiamo di pubblicare con Mondadori, non resta che l’attesa, affinché l’imbarazzante polemica si esaurisca risucchiata nell’oblio della “zona grigia”.